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Storie di Imi, soldato Di Pillo nella fabbrica carri armati

Prefetto Chieti premia figli prigioniero con Medaglia Onore

(ANSA) - CHIETI, 22 GIU - Fu fatto prigioniero dai tedeschi a Milano, deportato in Germania nel settembre del 1943 e costretto a lavorare in una fabbrica che produceva 60 carri armati al giorno. E per mangiare raccoglieva bucce di patate. È la storia di Vincenzo Di Pillo, classe 1922 di Tollo, all'epoca militare dell'Esercito Italiano. Questa mattina i suoi figli gemelli, Tonino e Pina, hanno ricevuto dal prefetto di Chieti, Armando Forgione,la Medaglia d'Onore, che viene conferito con Decreto del Presidente della Repubblica ai cittadini italiani, militari e civili, deportati e internati nei lager nazisti e destinati al lavoro coatto per l'economia di guerra e ai familiari dei deceduti.
    "Fu un'esperienza tutta negativa, lavorare era uno svago perché una volta uscito dal lavoro era una schiavitù, un incubo da vivere attimo per attimo" - ha detto all'Ansa Tonino Di Pillo ricordando quella parentesi della vita di suo padre. "Raccontava sempre che per mangiare qualcosa, raccattava dentro un bidone immenso di bucce di patate e immondizie varie, e lui ci si buttava dentro. In Germania viveva dentro le baracche, dove non si potevano lavare perché non c'era modo di farlo, se non ogni tanto, se non quando una volta a settimana o 15 giorni, nudi, li lavavano i tedeschi con gli idranti". La deportazione terminò l'8 maggio 1945.
    "Tornando in treno, su un carro bestiame, arrivato fra Pescara e Francavilla al Mare riconobbe i luoghi, si rese conto che era ormai vicino a casa, e giunto fra la stazione di Tollo e la stazione di Ortona, si buttò dal treno rompendosi una gamba - prosegue Tonino Di Pillo. Nonostante tutto riuscì ad arrivare a casa: un giovane di 24 anni pesava 38 chili - dice il figlio - , e appena sceso dal treno mangiò tutti i fichi di una intera pianta per potersi rifocillare e arrivare a stento a casa". Secondo di dieci figli, una volta rientrato a Tollo Vincenzo Di Pillo ha fatto l'agricoltore, ma l'esperienza della deportazione lo ha segnato per sempre. "Ogni volta che c'era in televisione un film con le SS, lui non lo vedeva - racconta ancora -. Diceva sempre a me e mia sorella: cambiate canale sennò me ne vado a dormire. È morto sette anni fa". (ANSA).
   

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