Cervello diverso dal navigatore, non calcola il percorso più breve

Studio di italiani al Mit, utile a migliorare rapporto tra uomo e intelligenza artificiale

Redazione ANSA

A differenza del navigatore dello smartphone, il cervello umano non è programmato per calcolare il percorso più breve da compiere a piedi: preferisce puntare verso la destinazione e seguire quella direzione indipendentemente dalla lunghezza del tragitto, in modo che i neuroni possano risparmiare l’energia del calcolo per impiegarla in altre attività utili alla sopravvivenza. Lo dimostra l’analisi dei dati di mobilità di oltre 14.000 persone, pubblicata sulla rivista Nature Computational Science da un gruppo di ricerca del Massachusetts Institute of Technology (Mit) coordinato dal noto ingegnere, architetto e urbanista italiano Carlo Ratti.

Lo studio è nato da un’osservazione che Ratti aveva fatto vent’anni fa, quando era ancora uno studente alla Cambridge University: aveva infatti notato che per andare in ufficio era solito scegliere due percorsi diversi tra andata e ritorno. “Di sicuro uno era più efficiente dell’altro, ma mi ero abituato ad adottarli entrambi, uno per ciascuna direzione”, racconta l’esperto. Per capire il motivo di questo comportamento apparentemente irrazionale, una volta a capo del Senseable City Laboratory del Mit, ha pensato di studiare un grande database con oltre 550.000 percorsi effettuati da più di 14.000 pedoni, seguiti per un anno nei loro spostamenti a Boston e Cambridge grazie ai dati Gps dei loro smartphone resi anonimi.

Lo studio, che vede come primo autore l’italiano Christian Bongiorno, membro del Senseable City Lab e professore associato all’Università di Parigi-Saclay, dimostra che il cervello umano non calcola il percorso più breve, “ma quello che punta il più possibile verso la destinazione minimizzando la deviazione angolare”, afferma Paolo Santi, ricercatore del Mit e del Consiglio nazionale delle Ricerche (Cnr).

Questo tipo di navigazione (che gli esperti chiamano ‘navigazione basata su vettore’) è la stessa osservata anche negli animali, dagli insetti ai primati. “Non produce il percorso più breve, ma ci si avvicina molto ed è molto semplice da calcolare”, precisa Ratti. “E’ come se ci fosse un compromesso che permette al potere computazionale del nostro cervello di essere impiegato per altre cose: 30.000 anni fa per evitare un leone, oggi per evitare un pericoloso Suv”. Conoscere i meccanismi computazionali del nostro cervello e come si rapportano a quelli usati dalle macchine è fondamentale proprio ora che “smartphone e dispositivi elettronici portatili mettono sempre più insieme l’intelligenza umana con quella artificiale”.

 

 

 

 

 

 

 

 

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