Fumata nera minimum tax, l'Ungheria blocca l'accordo

Veto di Budapest su pilastro 2 tiene sotto scacco nuove risorse bilancio Ue 

Redazione ANSA

LUSSEMBURGO - Cambia l'ordine dei veti, ma il risultato rimane lo stesso. Ennesima fumata nera all'Ecofin per la minimum tax per le multinazionali in Ue, presa ormai da mesi in ostaggio dai due ex-alleati di Visegrad, Polonia e Ungheria. Questa volta a porre il veto dell'ultimo minuto è stata Budapest, rendendo il percorso della direttiva, nelle parole del ministro delle Finanze francese, Bruno Le Maire, una "storia infinita". Ma soprattutto rischiando di far tardare di molto l'arrivo di entrate fresche nelle casse europee, stimate lo scorso anno, in occasione del primo accordo, dall'Osservatorio fiscale europeo in 48,3 miliardi di euro all'anno (di cui circa 2,7 per l'Italia), più che mai necessarie per ripagare il Next Generation Eu e fare fronte alla crisi portata dalla guerra.

L'esito infelice delle trattative era nell'aria da qualche giorno. Per Budapest, che attende ancora il via libera al suo Pnrr, l'aggiunta di un onere fiscale nel contesto della guerra potrebbe essere "fatale" per le aziende manifatturiere e andrebbe a danno della competitività Ue. Una posizione fotocopia di quella di Varsavia - fino a poche settimane fa la sola a opporsi -, che però a questo giro di tavolo ha fatto cadere le sue riserve complice l'ok, prima di Bruxelles e ora anche dei ministri delle Finanze Ue, al suo Recovery plan da 35,4 miliardi di euro. Lo shock economico della guerra giustifica la necessità di prendere più tempo, ha osservato il ministro delle Finanze ungherese, Mihaly Varga, aggiungendo che nel Parlamento ungherese "aumentano le voci critiche sull'accordo" e che i due pilastri della direttiva (il secondo, ora in ballo, sull'aliquota al 15% per le multinazionali, e il primo, con un percorso giuridico-legale diverso, per la riallocazione dei profitti delle Big Tech che operano sul territorio europeo) devono procedere di pari passo. Solo un pretesto politico bello e buono per Le Maire: "Tutti i problemi tecnici sono stati risolti da tempo", ha tagliato corto il ministro francese, ricordando anche che l'Ungheria si era detta favorevole quando la guerra era già in atto. Senza contare che, ha rimarcato il commissario europeo per l'Economia, Paolo Gentiloni, i due pilastri "fanno parte dello stesso disegno". E il progetto era già stato approvato da tutti i Ventisette nell'accordo internazionale dell'Ocse dell'autunno scorso.

Il titolare di Bercy proverà fino "all'ultimo minuto dell'ultima ora" della presidenza francese dell'Ue - che termina il 30 giugno - a trovare il consenso unanime, con l'obiettivo di essere pronti per il 2024. Ma le possibilità di riuscita appaiono scarse. Fonti europee hanno fatto sapere che il via libera al Pnrr ungherese - che vale 7,2 miliardi di euro - non è vicino. E il sospetto è che fino a quel momento la situazione non cambierà. Tenendo così sotto scacco l'intero pacchetto delle nuove entrate per il bilancio Ue (che contempla anche una quota dei proventi del sistema Ets e la carbon tax). Le nuove risorse proprie "devono mantenere gli obiettivi di equità, trasparenza e semplicità del sistema di finanziamento del bilancio" comune, ha evidenziato il ministro Daniele Franco, segnalando il sostegno dell'Italia all'obiettivo nell'auspicio che le trattative accelerino. Il veto di Budapest complica le cose anche per chi, come Roma, potrebbe procedere con la propria minimum tax.

Anche se il fisco è prerogativa nazionale, senza una trasposizione comune della direttiva si rischierebbe di ottenere un effetto boomerang, con i colossi del tech pronti a restare ben radicati nelle giurisdizioni che hanno una corporate tax al di sotto dell'aliquota concordata, come l'Irlanda (al 12,5%) o il Lussemburgo e i Paesi Bassi, più volte protagonisti di tax ruling a favore delle grandi società. Di certo, ha evidenziato Gentiloni, "se si va alla ricerca di un caso di scuola" sul fatto che "l'unanimità" in Ue "crea difficoltà in molte circostanze, lo si può trovare qui". 

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