De Rita a Civiltà Cattolica, "la Chiesa italiana deve tornare ad osare"

"Basta rinserramenti. Più mobilitazione e partecipazione collettiva"

    "Resto convinto che la Chiesa italiana ha un futuro solo se scarica sul terreno la sua potenza di mobilitazione e partecipazione collettiva. Non ci salveranno ambizioni progressiste, ma rituali; e non ci preserverà dal maligno il rinserramento nella deresponsabilizzata delega ai nostri vertici". Il fondatore del Censis Giuseppe De Rita, in un'ampia intervista al direttore di Civiltà Cattolica padre Antonio Spadaro - in uscita nel nuovo numero e che l'ANSA è in grado di anticipare -, ritesse le fila del ruolo dei cattolici nel Paese a partire dal Convegno ecclesiale del 1976 (e prima ancora da quello sui "mali di Roma" del 1974, cui lui stesso collaborò), richiamando il senso di uno slancio ormai perduto e la necessità di tornare ad "osare".
    "Solo il vigore delle diverse realtà socioculturali, da troppo tempo in letargo, può chiamare le Chiese che vivono in Italia a farsi loro carico del faticoso cammino che dobbiamo intraprendere - osserva -. E mi permetto di dire che quel vigore può essere chiamato a esprimersi nel richiamo a osare, a fare storia di 'promozione umana' e di risposta alle attese di giustizia delle nostre singole comunità ecclesiali".
    Per la rivista dei Gesuiti si tratta un po' del 'sequel' dell'articolo di padre Bartolomeo Sorge sul "probabile Sinodo" della Chiesa italiana, che un anno fa contribuì al dibattito su tale prospettiva sollecitata da papa Francesco e mai apertamente recepita dalla Cei, poi, come anche altre cose, sommersa e 'silenziata' dall'arrivo della pandemia.
    Guardando al Convegno del 1976, De Rita sottolinea che "pensando al rinserramento degli anni Ottanta e Novanta, quella spinta alla mobilitazione collettiva appare un'eccezione 'epocale', qualcosa di anomalo rispetto al tran tran quotidiano della vita ecclesiale, e anche rispetto all'appariscente politica ecclesiastica sui cosiddetti 'valori non negoziabili'".
    Un'eccezione "coerente con una società italiana, quella degli anni Settanta, che era piena di tensioni, contraddizioni, conflitti sociali e dialettiche culturali". E in un clima che imponeva "l'imperativo di osare, pur di non restare nell'irrilevanza della mediocrità".
    La Chiesa italiana "cominciò a osare proprio a Roma", col Convegno sui "mali" della Capitale, ancora oggi molto rimpianto da preti e laici di quella generazione, per il quale "ci fu una presa di coscienza della disuguaglianza interna alla città, sottolineata con forte carica emotiva dai sacerdoti delle periferie". Di qui l'iniziativa del cardinale vicario Ugo Poletti, "oltre ovviamente la spinta del clima nazionale di movimenti sociali caldi". Ma "il coraggio di osare fu - secondo De Rita - tutto del cardinale Poletti, fin dal primo passo, quello della scelta del Comitato organizzatore", con persone, tra le altre, come don Luigi Di Liegro, il rosminiano don Clemente Riva e lo stesso fondatore del Censis. L'obiettivo fu da subito quello di "una grande mobilitazione collettiva", in cui "si dette libero sfogo a una tensione non soltanto di denuncia dei 'mali', ma anche di partecipazione all'avvio di un lavoro comune di riscatto e di rilancio della vita comunitaria della città".
    "Quel che avvenne dopo non ha corrisposto alle nostre attese", lamenta De Rita: " il Cardinale pagò il Convegno con una diffusa inimicizia curiale, tanto che qualcuno arrivò a dire che il febbraio 1974 aveva aperto le porte al successo elettorale dei comunisti". E anche il successivo Convegno ecclesiale del 1976, in cui la "scelta non occasionale, ma di lungo periodo", era "di privilegiare un vigore sociale - la promozione umana - che vivificasse, nella congiuntura storica degli anni Settanta, la vita ecclesiale e le comunità locali", non produsse i risultati sperati. "Personalmente - lo confesso a 44 anni di distanza -, provai sconcerto e rabbia - e con me anche p. Sorge, che gestiva la presidenza dei lavori - di fronte all'appiattimento a cronaca politica di un'operazione pensata e curata come avvio di un lungo cammino della Chiesa italiana; ma fra noi cattolici c'è sempre chi ama più la cronaca che i cammini lunghi".
    In sostanza, poi, "la spinta partecipativa si andò via via spegnendo. Credo che avvenne essenzialmente perché i vertici della Cei si ritrovarono senza molto ardore, senza molta benzina nel motore". E tra le "criticità" (le nove "indulgenze", tutte ancora attuali) che lo stesso de Rita rimproverava alla Chiesa di quel periodo, la maggiore era "la tendenza a chiudersi nel recinto del mondo cattolico - i preti e la loro 'gente' - senza avere il senso della complessità esterna, concentrandosi ad 'affermare' (verità, valori, intenti, indicazioni programmatiche), senza mai avere il coraggio di entrare nella dialettica sociale quotidiana, mediandone aspettative e conflitti".
    "Ma soprattutto avvenne l'arrivo di Ruini, prima come segretario e poi come presidente della Cei...", rievoca il fondatore del Censis, che pure a Ruini è legato da un rapporto personale. "Il Cardinale si identificò con una decisa e consapevole battuta d'arresto. Ricordo, in proposito, la frase che mi disse un giorno - non a brutto muso, perché non è il tipo, ma con decisione -: 'De Rita, si renda conto che noi - intendeva: preti, vescovi, comunità ecclesiali - siamo qui non per cambiare la società, ma per predicare il Vangelo'. È la frase che spiega bene la fine di un periodo, di quegli anni Settanta in cui la Chiesa ebbe il coraggio di osare".

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