COMUNICATO STAMPA - Responsabilità editoriale Pagine Sì! SpA

Un successo l’iniziativa “Pagine Sì!4Web dà voce ai propri clienti”

Più di 200, tra imprenditori e professionisti, commercianti e artigiani, hanno aderito al progetto editoriale di Corriere Economia, interviste e articoli che raccontano l’emergenza economica dando voce a chi ama più lavorare che protestare. Un’iniziativa di comunicazione particolarmente apprezzata e sentita quasi come dovuta; un esempio di sensibilità umana e imprenditoriale a dimostrazione che Pagine Sì!4Web sa bene da quale parte stare e sceglie ogni giorno di essere al fianco dei professionisti, dei piccoli imprenditori e dei commercianti.

 

Più che la pancia è sembrato il cuore del Paese, quel popolo delle Partite IVA a cui abbiamo offerto la possibilità di “dire la sua”, qui al Corriere, nella stanza dell’Emergenza!, un’esclamazione per prepararci al dopo Covid-19.

L’iniziativa della Digital Company Pagine Sì!4Web, da anni attiva anche nell’editoria online con i suoi portali informativi, ha dato “voce ai propri elettori”, imprenditori e professionisti, commercianti e artigiani che, in tempi di “pace”, hanno utilizzato il web per comunicare i propri successi aziendali, la propria reputazione e promuovere prodotti, servizi e iniziative.

Grazie al progetto “Pagine Sì!4Web dà voce ai propri clienti”, queste “voci” oggi si sono trasformate in un coro di storie di resilienza, capacità di adattamento, iniziative originali, suggerimenti ed altro ancora, senza cadere nella trappola della polemica, ma perfettamente in linea con la volontà positiva che nel “Sì” di Pagine Sì spa ha un vero e proprio “marchio di fabbrica”.

Voci di chi lavora spesso in silenzio, e che spesso arrivano poco alle orecchie dei Palazzi Romani, perché c’è poco tempo per protestare, dato che qui da loro il lavoro è la priorità delle priorità, così come il mantenimento del proprio patrimonio: il sistema di relazioni creato nel tempo e la clientela che attende che tutto riparta per continuare a lavorare in perfetta sintonia.

Oggi quel lavoro sembra “sospeso”, come le vite, le abitudini e le certezze acquisite da decenni, a causa dei vari lockdown che si sono susseguiti negli ultimi due mesi: i lockdown veri, con attività chiuse, quelli informativi, con notizie distorte e polemiche pretestuose, quelli ancora in atto, con serrande che non si riapriranno e uffici vuoti, per sempre.

Dalle interviste e dagli articoli che abbiamo realizzato nelle ultime settimane, ovunque in Italia e con qualsiasi tipo di persona, imprenditore o professionista, abbiamo sempre percepito il forte spirito pragmatico misto ad un altrettanto senso di umanità, di individui che hanno subito il colpo del Covid senza pensare troppo alle conseguenze, ma dandosi da fare e reagendo nel miglior modo possibile: lavorando.

Senza proteste di pancia, ma con la solita passione ed il solito cuore, nonostante le enormi difficoltà del momento.

Certo, non sono mancate le critiche, ma sempre misurate e obiettive: le misure di contenimento sono state indispensabili - si dice nella maggior parte dei casi - ma si poteva partire prima, considerato il fatto che il pericolo contagio era già noto da dicembre 2019.

Si poteva fare di più per le imprese, i negozi e gli studi professionali? Certo - dicono la maggior parte degli intervistati, perché le misure di sostegno alla liquidità, dovevano sposare il concetto di “fondo perduto” invece che dell’indebitamento. Allo stesso tempo, però c’è fiducia nell’imminente decreto, all’interno del quale dovrebbero essere inseriti finanziamenti diretti alle attività senza ricorrere all’indebitamento bancario, seppur con la garanzia dello Stato.

Un elemento è emerso su tutti come vera “criticità” da superare: la velocità.

Fare le cose bene e in fretta, evitando bulimia da task force, riunioni fiume, sovrapposizioni di livelli istituzionali tra Stato-Regioni-Comuni, è stato considerato un monito da tenere bene in vista nella Fase 2, utile anche a non ricommettere gli errori della 1.

Le misure a sostegno delle varie attività, sono evocate solo ed esclusivamente per superare l’emergenza economica e non intese come sostegno costante per un’economia a sfondo dirigistico: la stessa CIG non può e non deve essere una misura fissa, altrimenti si continua a “drogare” un sistema industriale che, al contrario, deve iniziare a rivoluzionare le proprie logiche, anche e soprattutto in termini di rapporti di lavoro.

E da questo punto di vista, i nuovi rapporti, dapprima minoritari e spesso visti con diffidenza, hanno davvero fatto la differenza: smart working, teleconferenze, digitalizzazione estrema sono caratteristiche che quasi tutti gli intervistati hanno adottato fin dai primissimi giorni dell’emergenza, per motivi sanitari in primis, ma poi anche per snellire procedure ed accelerare le varie fasi produttive e di erogazione dei servizi.

Su alcuni settori, ad esempio l’estetica, l’hospitality e la ristorazione, dove il contatto con la clientela è inevitabile, alla demoralizzazione iniziale dettata dalle chiusure imposte per decreto si è fatto subito strada il desiderio di riaprire “in sicurezza”, pretendendo da esperti e autorità regole certe e disposizioni rapide.

Stessa sorte per le imprese essenziali al mantenimento di una caratteristica unica e tutta italiana: la filiera della manifattura, quell’esercito silenzioso di piccoli imprenditori e artigiani “artisti bottegai”, dove la manualità specializzata è essenziale per lavori in settore strategici della meccanica, dell’elettronica e anche del lusso Made in Italy.

Tutte attività che, se bloccate ancora a lungo, rischiano di mandare in tilt settori chiave dell’export, come l’automotive, la meccanica di precisione, il packaging, solo per citarne alcuni, vere eccellenze mondiali che contribuiscono in maniera decisiva alla creazione di ricchezza nel nostro Paese.

I professionisti, infine, hanno poi sposato appieno le nuove tecnologie del web: avvocati, notai, commercialisti e persino medici hanno sbriciolato ogni muro di diffidenza nei confronti del web, sotto ogni punto di vista.

Dai social ai webinar, dai tutorial alle testimonianze on line, dai teleconsulti alle consulenze in videochiamata, tutti strumenti e piattaforme che hanno aiutato il mondo delle professioni a preservare il rapporto con la propria clientela e soprattutto a “svecchiare” procedure riducendo tempi e abbattendo costi.

Il mondo della formazione, molto legato all’aula e al rapporto docente-platea, è quello oramai più votato all’erogazione dei servizi online, come hanno dimostrato le interviste ai rappresentanti dei settori: la vera sfida, per molti di loro, sarà quella di difendere il blasone e la qualità di Enti formativi di eccellenza e Università secolari differenziandosi da quelle neonate online, ma più snelle e decisamente più incisive dal punto di vista dell’appeal e della comunicazione.

Per questo motivo, il mondo formativo - compreso quello della Scuola - dovrà sposare un nuovo concetto di “Campus”, molto legato al web e alla formazione a distanza, ma alternandolo ad elementi “fisici”, più diretti e coinvolgenti: per questo ci vuole moltissima immaginazione ed una paziente opera di web reputation.

In definitiva, da ogni voce ospitata nel portale informativo, abbiamo percepito il sentiment positivo di chi ama di rimboccarsi le maniche anche di fronte a scalate che sembrano impossibili, come questa che ci aspetta per uscire in fretta dall’emergenza pandemica, mixata ad una crisi economica che avevamo ereditato dal 2008.

E il futuro? Né bianco né nero, molti hanno detto, soffermandosi su un grigio nuvoloso che però potrebbe scomparire in fretta con il vento dell’ottimismo, del nostro proverbiale “darsi da fare” che caratterizza i protagonisti assoluti del nostro benessere socioeconomico.

Quegli imprenditori e professionisti che non hanno mai smesso di lavorare e immaginare un futuro per la propria attività, la propria famiglia ed i propri dipendenti: un futuro, che sarà sicuramente diverso da come lo avevano pensato appena qualche mese fa, dove conteranno più responsabilità sociale, sostenibilità e desiderio di “vivere” il mondo invece che continuare a “consumarlo”.

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