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Il caso Torregiani, un film tra politica, anni '70 e media

Montanari e Chiatti in Ero in guerra e non lo sapevo

Alla fine chi è un ricco commerciante? Niente più che un controrivoluzionario fascista. E chi ruba? Solo un uomo che in fondo applica una sua giustizia proletaria che va compresa. Il film ERO IN GUERRA MA NON LO SAPEVO di Fabio Resinaro si muove tra questi due ideologici paradossi molto presenti nei politicizzati anni Settanta, e lo fa raccontando un noto fatto di cronaca: ovvero la storia di Pierluigi Torregiani, titolare di una gioielleria a Milano, ucciso nel 1979 in un agguato dai Pac (Proletari Armati per il Comunismo) perché colpevole di essersi difeso durante una rapina in una pizzeria in cui morì uno dei rapinatori. Insomma un film altamente politico, ispirato al libro omonimo firmato da Alberto Dabrazzi Torregiani (sulla sedia a rotelle dopo le ferite ricevute durante l'assassinio del padre) e Stefano Rabozzi, e prodotto da Luca Barbareschi, in sala con 01 in 200 copie il 24/25/26 gennaio. A dare il volto a Pierluigi Torregiani è un credibile Francesco Montanari che interpreta questo gioielliere molto determinato, quasi maniaco, preso di mira dai giornali come un giustiziere borghese a cui a un certo punto viene data una scorta dalla polizia. Accanto a lui un'affidabile moglie (Laura Chiatti) e i loro tre figli adottati. A un certo punto però le minacce di morte si fanno più numerose; il gioielliere è diventato ormai un obiettivo perfetto per i PAC, gruppo di terroristi guidato da Cesare Battisti, che individuano in lui un colpevole da punire. Cosa che poi accadrà puntualmente. "Il mio Torregiani un antipatico? Lo è suo malgrado, perché si ritrova a vivere in una dinamica più forte di lui che non sopporta più e così si ribella - dice Montanari all'incontro stampa in remoto di stamani -. Lui non accetta di far finta di niente, è fondamentale un uomo pragmatico che non vuole sottostare a qualcosa di cui non è colpevole". Dice invece Alberto Torregiani, testimone in prima persona: "Con l'arresto di Cesare Battisti non si chiude del tutto la storia di mio padre, ma si dà certamente più valore alle battaglie fatte. Va detto però che il film fa vedere bene come il linciaggio mediatico sia stato il vero motore di quell'omicidio. Non volevo però che mio padre fosse raccontato solo come una vittima: mio padre era più o meno come si vede nel film, una persona con un forte carattere austero, caparbio, capace di affrontare tutto. Era comunque un padre che doveva nascondere le sue paure, ma ricordo bene le sue notti in bianco e il fastidio che provava per la scorta. Era entrato in un incubo". Parole forti arrivano, infine, dal produttore Barbareschi: "La sua vicenda mi stava a cuore e volevo portarla sullo schermo da anni, ma non trovavo uno sceneggiatore che volesse scrivere una storia su chi ritenevano fosse solo un borghese di merda. Penso però sia importante raccontare questo paese che è fondato sul capro espiatorio e dove non c'è mai un'elaborazione interna di quello che accade. Poi non ho mai potuto sopportare come la stampa linciasse allora una vittima, quello che scrivevano di lui, e questo anche da parte di importanti giornalisti ancora attivi oggi". Continua Barbareschi : "C'è poi una dichiarazione di Cesare Battisti dei Nuclei Armati Proletari che a un certo punto dice: 'non sono mai stato vittima di ingiustizia, ho preso in giro tutti quelli che mi hanno aiutato e con alcuni di loro non c'è stato neppure bisogno di mentire'". Una curiosità: i PAC accusarono nei loro comunicati il gioielliere di essere un "agente del capitalismo sul territorio" ed espressero, nelle loro rivendicazioni, solidarietà invece alla piccola malavita, la quale "con le rapine porta avanti il bisogno di giusta riappropriazione del reddito e di rifiuto del lavoro".

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