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Gaetano Azzariti, dal fascismo alla Consulta

Una carriera 'normale', dal Tribunale della razza alla Corte

(di Massimo Ricci) (ANSA) - ROMA, 11 FEB - MASSIMILIANO BONI, 'IN QUESTI TEMPI DI FERVORE E DI GLORIA' (Bollati Boringhieri, pp. 302, 26,00 euro) C'è chi osserva le leggi, chi le fa rispettare, chi se ne pone al di sopra, inevitabilmente chi le subisce. Per tutti, evidentemente, non valgono le stesse regole, lo stesso destino.
    Niente di nuovo purtroppo, anche nello stato di diritto in cui abbiamo la fortuna di vivere. Quindi ci sono magistrati, i più fortunatamente, all'eroismo dei quali ci inchiniamo. Altri che ci provocano imbarazzo. lo stesso che si prova leggendo "In questi tempi di fervore e gloria. Vita di Gaetano Azzariti, magistrato senza toga, capo del Tribunale della razza, presidente della Corte Costituzionale" di Massimiliano Boni, edito da Bollati Boringhieri. C'è la memoria in questo lavoro, la testimonianza attraverso il ricordo. Fatica documentatissima e necessaria perché per troppo tempo c'è stata per lo più voglia di oblio.
    Gaetano Azzariti, napoletano delle strade e dei circoli d'elite, espressione della tradizione della giurisprudenza partenopea davanti alla Storia si presenta come l'esecutore delle leggi. Non importa quali, è qui la salvezza di molti, eseguire un ordine, non impartirlo dà la garanzia della gradualità della pena, quandanche questa venga comminata. Così è formale estensore delle norme giolittiane, fasciste, razziste e poi, almeno nelle intenzioni, democratiche. Non è l'unico che, anche grazie alla pacificazione e la conseguente amnistia decisa da Palmiro Togliatti, passa in modo indolore dall'inferno alla Terra e per questo per noi è ancora più lacerante assistere alla carriera di quest'uomo da responsabile del Tribunale della razza a presidente della Consulta, quell'organo supremo e chiamato a stabilire, tra l'altro, se le norme rispettano l'articolo 3 della Costituzione, quello appunto che si rivolge agli italiani senza distinzioni di sesso, di razza, di orientamento politico. Il libro inizia con la descrizione del funerale del magistrato nel 1961 e ripercorre a ritroso la storia della sua illustre famiglia di giuristi. Nei primi anni del secolo scorso arriva a Roma e nel 1906 è nominato segretario della Commissione per l'esame del progetto di ordinamento giudiziario nella colonia Eritrea. Boni cita Tocqueville per introdurre il capitolo in cui si analizza il contributo alla legislazione del regime fascista: "Vicino ad un principe che viola la legge è rarissimo che non vi sia un giurista, il quale assicura non esservi nulla di più legittimo, dimostrando sapientemente che la violenza è giusta". Nel Ventennio il ruolo di Azzariti è centrale nel ministero di Grazia e Giustizia. E tornando a Toqueville, il fine giurista trova le argomentazioni per firmare, sostenere, giustificare quello che non lo è. Per cui diventa lecita, non tollerata quindi come era stato finora, ma addirittura legale, giuridicamente valida e inappellabile la persecuzione degli ebrei, la classificazione in razze con godimenti di diritti differenziati.
    Nel 1956 entra nella Consulta, il 6 aprile 1957 diventa presidente della Corte Costituzionale. Seguendo i percorsi previsti e i meccanismi stabiliti dai costituenti e dai legislatori. Non contro la legge ma secondo la legge, sapendo sempre stare dalla parte dove questa si piega. Ma alla fine la giustizia troverà spazio. E oggi via Azzariti a Napoli non c'è più, è dedicata ad una giovane vittima delle persecuzioni. Dura lex sed lex. (ANSA).
   

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