Cultura

Drive my car, quando contano i silenzi

In sala con Tucker film Hamaguchi premio sceneggiatura Cannes

ROMA - Drive my car di i Ryūsuke Hamaguchi, adattamento del racconto omonimo di Haruki Murakami contenuto nella raccolta Uomini senza donne (2014), è pieno di estetica giapponese fatta di rigore maniacale e un pizzico di follia.
    Il film, in sala dal 23 settembre con Tucker Film e in concorso per il Giappone al Festival di Cannes dove ha vinto il premio della sceneggiatura, ha come protagonista Yusuke Kafuku (Hidetoshi Nishijima), attore e regista di teatro pieno di silenzi e fascino che non si è più ripreso dopo l'improvvisa morte della bella moglie, una drammaturga che aveva il dono di immaginare e raccontare storie durante il sesso, storie che regolarmente dimenticava.
    Due anni più tardi viene chiesto a Kafuku di mettere in scena Zio Vanja per un festival ad Hiroshima e lì, gli viene assegnata Misaki (Tôko Miura) un'autista, giovane e molto riservata. Sarà lei a dover condurre l'auto d'epoca del drammaturgo, una Saab 900 Turbo Coupè, di cui è molto geloso.
    Ogni mattina la ragazza porta Kafuku nel teatro dove sta facendo i provini per 'Zio Vanja', e questo per un'edizione della pièce multiculturale.
    Quando però l'esuberante giovane attore che ha scelto per zio Vanja, Kōji Takatsuki (Masaki Okada), viene arrestato per una rissa, al drammaturgo la difficile scelta se dare forfait o accettare lui, in prima persona, di vestire i panni del protagonista del dramma di Anton Čhecov.
    A far uscire dalla crisi Yusuke Kafuku, sarà propria la timida autista con la quale ha lentamente fraternizzato tra mille silenzi. Il fatto è che i due hanno entrambi un senso di colpa che li blocca e che possono provare insieme a superare.
    "Un mio grande tema riguarda il modo in cui la comunicazione passa non solo attraverso le parole - dice Ryūsuke Hamaguchi regista e sceneggiatore giapponese che ha vinto quest'anno l'Orso d'argento al Festival di Berlino per 'Gūzen to sōzō' -.
    Penso invece a come posso usare efficacemente i silenzi nei miei film, perché per me il silenzio non significa necessariamente che due persone non stiano comunicando o non abbiano alcuna relazione".
    Per spiegare, infine, il lungo prologò che introduce alla storia, dice il regista: "In un romanzo, sei in grado di calarti comodamente negli schemi mentali interni delle persone, ma è più difficile esprimere lo stesso genere di cose nel film, specialmente quando il personaggio è timido o parla raramente.
    Avevo così davvero bisogno di mostrare che questo personaggio porta dentro di sé un'enorme tristezza. Avevo bisogno che il pubblico capisse davvero i suoi sentimenti e le sue reazioni". (ANSA).
   

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