L'Europa, la Brexit e le curve della storia

Per la prima volta nella storia un Paese lascerà l'Unione europea

Per la prima volta nella storia un Paese lascerà l'Unione europea. E lo farà molto velocemente, tra meno di due mesi. Questo dato oggettivo meriterebbe una riflessione molto approfondita nelle cancellerie europee e negli austeri palazzi delle istituzioni comunitarie dove invece, in queste ore, prevale un evidente sollievo per la fine di quello che era considerato un incubo, ovvero l'incertezza del futuro. Adesso, dopo il voto britannico, tutto, apparentemente, sembra molto chiaro. I mercati festeggiano, la sterlina vola e i leader europei hanno alcuni punti di riferimento ai quali affidarsi, a cominciare dalla data del 31 gennaio, quando Londra, 'finalmente', saluterà e lascerà l'Ue.

Ma dopo? Quali percorsi prevede l'Unione europea per la sua crescita nei prossimi anni? Sarà capace di costruire concrete politiche condivise e definire magari un vero destino comune dove possa ritrovarsi almeno qualche pezzo di quello che, una volta, veniva chiamato 'sogno europeo'? Perché, a ben vedere, la Brexit e tutti i malesseri che percorrono trasversalmente i Paesi membri, pur con differenti caratteristiche, hanno una radice, questa volta sì, comune. Si tratta della disaffezione dei cittadini europei verso l'Ue, della mancanza di speranza verso un futuro possibile, della scelta della chiusura di fronte a quella dell'apertura. La Brexit è soltanto il sintomo più chiaro di uno sfaldamento europeo che ha alla base l'incapacità di dare risposte chiare e nette alle grandi sfide di inizio millennio: la globalizzazione, con tutti i suoi negativi e inquietanti effetti collaterali, la crescita delle disuguaglianze economiche e sociali, la fine della classe media e la polverizzazione delle nostre società, il cambiamento del mercato del lavoro con sempre meno sicurezza e più precarietà, la mancanza di regole nella gestione delle nuove tecnologie e il loro impatto nella vita quotidiana, l'emergenza climatica.

I cittadini europei, di fronte a questi cambiamenti veloci e violenti, si sentono spesso abbandonati dalla politica classica e provano a cercare nuove soluzioni. Anche così si spiega la nascita progressiva e continua di nuovi movimenti e di nuovi tipi di partiti. Provare sollievo di fronte alla chiarezza cristallina dell'esito delle elezioni britanniche è comprensibile. Ma deve essere anche l'inizio di un nuovo percorso. Per esempio ricordando che l'Europa non è soltanto Pil, parametri di Maastricht e Fiscal compact ma anche, e soprattutto, valori e principi come democrazia, pace, libertà, diritti umani e civili, benessere economico, solidarietà. E' questo che spinse i padri fondatori a lanciare il cuore oltre l'ostacolo della macerie della Seconda guerra mondiale e scrivere il percorso dell'avventura europea. Da molto tempo si fa fatica e ricordarlo e la perdita della memoria è, probabilmente, il male peggiore che ha colpito la vecchia Europa e i suoi leader negli ultimi anni.

La Brexit, al di là del lungo e tortuoso negoziato sui nuovi rapporti con Londra che andrà sviluppato dal 31 gennaio in poi, deve dare inizio a una riflessione seria su cosa vorrà fare l'Europa da grande. E far capire se l'Europa ha davvero intenzione di crescere, lasciandosi alle spalle dubbi e incertezze, provando a diventare davvero un'Unione e un attore globale, creando una comune politica estera e di sicurezza e una comune politica economica, con fiducia, visione e coraggio. Sarebbe un modo per cominciare a recuperare qualche pezzo del vecchio sogno europeo.

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