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Debacle Tory alle suppletive, Johnson appeso a un filo

Il premier tira dritto ma il presidente del partito lo molla

Un 1-2 da ko, dal quale sarà difficile rialzarsi. Boris Johnson, già azzoppato dal cosiddetto Partygate e dalla recente fiducia dimezzata dei suoi, incassa un'altra doppia debacle elettorale nel voto delle due suppletive andate in scena ieri nell'Inghilterra profonda: in due collegi dove le sconfitte ampiamente previste dei candidati del suo Partito Conservatore hanno assunto contorni rovinosi, rimettendo in discussione la leadership di un primo ministro che pure resta per ora tenacemente aggrappato alla poltrona. A Wakefield, collegio dell'ex 'muro rosso' del nord strappato dai Tories al Labour per la prima volta dal 1932 ai tempo del trionfo elettorale nazionale di BoJo del dicembre 2019, il candidato laburista Simon Lightwood è tornato a prevalere non tanto grazie al recupero di voti del suo partito (limitato a un 8% a dispetto dello scandalo delle molestie sessuali gay su un quindicenne risalente al 2008 che ha addirittura portato in carcere il deputato uscente Imran Khan, fratello del procuratore internazionale della Corte penale dell'Onu), quanto grazie al crollo di 17 punti dei rivali. Mentre il vero epilogo clamoroso s'è avuto a Tiverton e Honiton, circoscrizione benestante e pro Brexit dell'Inghilterra blindata per i vessilli Tory da oltre un secolo, dove i liberaldemocratici hanno fatto centro con un clamoroso rimbalzo di oltre il 20% contro il meno 30 fatto segnare dalla conservatrice Helen Hurford rispetto al bottino ereditato dal predecessore Neil Parish: non certo imputabili tutti ai contraccolpi locali della figuraccia di Parish, travolto da una faccenda di video porno sbirciati alla Camera dei Comuni.

La disfatta, ultima di una serie di test elettorali fallimentari dal 2021 in avanti, tratteggia in effetti uno scenario che va ben al di là della decurtazione numericamente marginale della maggioranza parlamentare di due seggi su circa 80. E minaccia di scatenare un terremoto, dopo gli scossoni di questi mesi, come già pregusta sia il leader del Labour, Keir Starmer, che evoca "l'implosione" del partito di governo; sia quello dei LibDem, Ed Davey. A suggerirlo sono d'altronde le dimissioni improvvise annunciate all'alba, subito dopo la proclamazione ufficiale dei risultati, da Oliver Dowden: ministro senza portafogli e responsabile della macchina organizzativa Tory da meno di un anno in veste di presidente del partito, considerato fino a oggi un fedelissimo di BoJo. "I nostri sostenitori - ha scritto Dowden in una lettera di congedo inviata a Johnson che suona come un grido d'allarme o forse un invito a seguire il proprio esempio - sono stanchi e delusi per gli ultimi avvenimenti e io ne condivido i sentimenti. Non possiamo procedere business as usual, qualcuno deve prendersi la responsabilità".

Parole a cui BoJo ha replicato a modo suo, a margine del vertice dei leader Commonwealth in corso a Kigali, in un clima guastato anche dall'immagine da separato in casa che lo vede opposto al principe Carlo, dopo le critiche attribuite in privato all'erede al trono (e sbrigativamente liquidate dal premier) sul controverso piano governativo per il trasferimento di migranti illegali dal Regno proprio in Ruanda. Assicurando di essere pronto "ad ascoltare" il messaggio degli elettori e a rispondere al malcontento. Ma anche che sarebbe "da pazzi" dimettersi dinanzi a rovesci elettorali di midterm che sono "la norma per una forza di governo"; e di voler "andare avanti con l'attuazione" del programma. La sua nomea di personaggio non sempre affidabile ma vincente alle urne tuttavia vacilla pericolosamente. Anche a dispetto dei tentativi di solleticare la pancia della maggioranza silenziosa facendo leva sull'immagine da capofila in Occidente del sostegno armato all'Ucraina contro la Russia; o prendendo di mira l'immigrazione clandestina con il piano Ruanda; o ancora cavalcando la linea dura verso i sindacati per i disagi causati dal nega sciopero dei treni di questa settimana. In un contesto nel quale è la sua immagine ad apparire macchiata dallo sdegno per "le bugie" del Partygate, dai passi falsi rinfacciati al governo, dagli effetti d'una crisi globale che incide pesantemente nell'isola sull'inflazione, sulle bollette energetiche, sul calo di fiducia dei consumatori (suggellato giusto oggi dal dato sul -0,5% di acquisti a maggio). Mentre nel comitato 1922, l'organismo deputato a regolare i cambiamenti di leadership in seno al gruppo parlamentare conservatore, c'è già chi lavora per ridurre da un anno a 6 mesi il periodo d'intoccabilità garantito dalle norme interne a chi sia scampato a un voto di sfiducia (come appena riuscito a Johnson per il rotto della cuffia), in modo da poter riproporre la resa dei conti prima di fine anno: a meno che gli altri membri del gabinetto non si decidano a metterlo alle strette anche prima.

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