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Quirinale: Su voto positivi tutto fermo, sfuma ipotesi decreto

Cerodestra insiste, ma decisione spetta a Camere: vale autodichia

Mentre, con l'elezione dei delegati regionali in Toscana ed Emilia Romagna e di Cecilia D'Elia (Pd) a deputato si costituisce il plenum dei Grandi elettori, a meno di una settimana dal 24 gennaio ferve ancora il dibattito su se e come far votare chi di loro sia contagiato o in quarantena. Il tema, si apprende, potrebbe essere stato trattato nell'incontro tra il presidente del Consiglio Mario Draghi ed il presidente di Camera , Roberto Fico. Anche alla luce della spinta della Lega per un intervento del governo in materia, anche un possibile decreto. Niente di tutto questa ci sarà si spiega in ambienti parlamenatri della maggioranza perchè con il principio dell'autodichia la materia spetta solo ed unicamente alle Camere. Ed eventualmente - si aggiunge - dovranno essere sempre Palazzo Madama e Montecitorio a decidere cosa fare. E al momento non ci sono novità.

Mentre a Montecitorio è ormai finito l'allestimento della grande tensostruttura con stufe che copre il cortile d'onore (ci staranno i grandi elettori in attesa del loro turno per entrare in Aula a votare) e sono stati individuati nel corridoio delle commissioni gli spazi per le troupe televisive, sul tema non ci sono ancora decisioni. A tutti i deputati arriva una lettera con cui gli Uffici della Camera già comunicano loro che dal 24 gennaio voteranno divisi in 13 fasce orarie, ciascuna di dodici minuti per gruppi di cinquanta.

La questione è stata dibattuta per ore nella notte di lunedì dai capigruppo della Camera, per essere riproposta oggi nella stessa sede a Palazzo Madama. E, mentre il numero dei parlamentari contagiati si assesterebbe oggi a 35 (26 deputati e 9 senatori) sul tema le posizioni rimangono sostanzialmente le stesse. Il centrodestra, con Forza Italia in testa reclama l'applicazione anche per i parlamentari della circolare del ministero della Salute relativa agli spostamenti dei contagiati.

IV, in una posizione analoga con quella della Lega, chiede un 'Covid hotel' prossimo alla Camera da cui far partire un percorso protetto per gli eventuali contagiati che arrivi in Aula o comunque dentro Montecitorio, oltre ad estendere la possibilità di spostamento per i deputati oltre i 300 km previsti dalla Circolare. Ma Pd, M5S e Leu non ci stanno. Un no secco al voto 'a domicilio' arriva da Debora Serracchiani (Pd).

Visto che sinora la Camera ha applicato per analogia all'Aula le regole valide per luogo di lavoro, sostiene la capogruppo dem, sarebbe pericoloso dire che i parlamentari e la Camera possono beneficiare di regole straordinarie; inoltre, ritiene che i positivi non debbano entrare a Montecitorio per garantire la sicurezza di tutti. Insomma, no a dei 'Djokovic della politica' di cui già si parla sui social richiamandosi alla vicenda del numero uno del tennis espulso dall'Australia, è il suo ragionamento.

Roberto Fico, che in quanto presidente del Parlamento in seduta comune è il 'dominus' della votazione, ha sentito tutti. Ha chiarito che, siccome qualsiasi forma di voto a domicilio deroga a numerosi principi base del voto parlamentare, come l'immunità di sede, la segretezza e la pubblicità, oltre a determinare una possibile discriminazione tra parlamentari affetti da Covid e quelli bloccati da altre tipologie di impedimento, si potrebbe procedere a modifiche della situazione attuale solo con un consenso politico unanime in capigruppo e in seguito ad un parere della Giunta del Regolamento. Diversamente, procedere a modifiche non è possibile. E l'unanimità pare proprio dura da raggiungere.

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