La parola della settimana è odio

di Massimo Sebastiani

Songs of Love and Hate è il titolo del terzo album di Leonard Cohen. Pur non contenendo una canzone con quel titolo, è una raccolta di brani che ruotano tutti intorno al tema dell’amore e del disamore anche se, nonostante il fatto che la scelta di usare la parola hate fosse stata voluta da Cohen, molti critici hanno osservato che qui l’odio non oltrepassa mai i confini di una civilissima amarezza tranne quando è scagliato contro se stessi. In ogni caso la raccolta sembra essere, venti secoli dopo, diretta discendente del celeberrimo Odi et amo di Catullo, carme folgorante, composto di un solo distico (e forse per questo ricordato con piacere anche dagli studenti), per molti ispiratore della brevità dei poeti ermetici.

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I versi sono questi: Odi et amo quare id faciam fortasse requiris /nescio sed fieri sentio et excrucior. Secondo due affermati studiosi italiani, il linguista Massimo Arcangeli e il biologo Edoardo Boncinelli, Catullo, con l’intuizione caratteristica degli artisti, avrebbe anticipato di secoli le scoperte del laboratorio di neurobiologia londinese che ha dimostrato come l’odio sia parente stretto del suo opposto perché nasce nella stessa area della corteccia frontale del cervello in cui si trova anche l’amore. Non sappiamo se si fosse ispirato a Catullo m ci ha messo del suo anche Umberto Tozzi, autore di una delle canzoni più ascoltate nel mondo, Ti amo, in cui ricorre il verso Ti amo e ti odio. E d’altra parte Alberto Testa scrisse per Mina quel Grande, grande, grande il cui cuore è ‘ti amo poi ti odio poi ti amo’ ecc.

Questo ci dicono dunque la fisiologia ma anche l’arte e, in definitiva, l’esperienza comune a tutti gli umani. E l’etimologia della parola? Non è certamente un mistero ma la sua radice ci dice qualcosa di più sul significato profondo di questo sentimento. Odio deriva dal latino, dal verbo odesse che significa odiare. La radice indoeuropea della parola che i filologi fanno risalire a vad o uad significa stringere, premere e si ritrova nel sanscrito avadhit, cioè respingere, allontanare. Vad è anche espressione dell’antico persiano e significa battere, ribattere che avrebbe echi anche nel greco antico otheo, spingo, allontano, scaccio, da cui espressioni come ostile e ostico. L’ipotesi di questa origine, che per la verità non è l’unica, rimanda dunque a repulsione, rifiuto, ripugnanza.

E’ proprio quel genere di ostilità e di rifiuto che si manifestano non solo in casi come quello delle minacce a Liliana Segre, per la quale sono scesi in campo 600 sindaci di tutta Italia e di ogni parte politica sotto lo slogan L’odio non ha futuro (come potrebbe averlo? L’odio è chiuso e infelice per definizione, quindi non ha visione, tanto meno del futuro) ma anche in tutti quelli che popolano il linguaggio e le cosiddette conversazioni sui social network. Sempre Arcangeli e Boncinelli spiegano che quell’idea di respingere che è all’origine della parola odio fa tornare alla mente i muri (e muro è una parola di cui ci siamo occupati), l’incasellamento che era il castrum medievale. Nella sua definizione i due studiosi vedono notevoli assonanze proprio col social network più famoso del mondo, Facebook: comunità relativamente chiuse che formano un intreccio al tempo stesso globale ma provinciale, familistico e autoreferenziale che può essere per questo generatore di comportamenti faziosi, di reazioni violente e del famigerato hate speech appunto, il linguaggio dell’odio. Ogni comunità chiusa è per forza di cose faziosa. Lo dimostrano gli ultrà che avvelenano le curve degli stadi e i cui striscioni preferiti sono quelli che manifestano odio per una squadra o per una comunità fino all’estremo di quel Odio tutti, comparso certamente allo stadio Olimpico di Roma ma forse anche in altri impianti in giro per l’Italia.

Per fortuna Facebook non è solo questo (basti pensare a quante cose utili sono state fatte grazie agli appelli sul social network e a quante esempi di accoglienza in senso più generale sono stati resi possibili, anche da una parte all’altra del mondo, in virtù della sua estensione) e in fondo anche una ricerca di due matematici del Vermont sul linguaggio, la prima a fare uso dei big data analizzando miliardi tweet, milioni di libri giornali film e canzoni in dieci lingue diverse ha portato alla conclusione che le parole più usate per comunicare su qualsiasi piattaforma sono in realtà parole felici. Certo, è necessario fare quello switch che, stando alla nostra fisiologia e alla scoperta di quel laboratorio londinese, per noi umani non dovrebbe essere difficile: passare dall’odio all’amore. Sembrava saperlo anche uno dei protagonisti di un film francese del 1995 diventato rapidamente di culto, La haine, cioè appunto L’odio: “L’odio porta solo odio, ancora non l’hai capito?”, dice l’amico a Vincent Cassell, che promette di uccidere un poliziotto se Abdel, un ragazzo fermato dai poliziotti per dei controlli e finito all’ospedale, morirà.

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