Giro: tutti fermi a Morbegno, poi Cerny brinda ad Asti

Ammutinamento al via, organizzatori costretti a ridurre la tappa

L'ammutinamento era l'ultimo grattacapo che mancava al Giro d'Italia della pandemia, che inizia e finisce a ottobre, come mai prima. In un giorno di 'pausa', che è anche l'ultima occasione per gli uomini-jet, ecco materializzarsi la protesta di una parte, non si capisce quanto consistente, dei corridori che, di fronte a una temperatura di 11 gradi e alla pioggia - cosa mai sentita - si sono arresi. E dire che di imprese ancora più ardue ne hanno portato a termine nelle rispettive carriere, soprattutto in quelle gare dove forse gli stimoli sono più tangibili: come nelle classiche del Nordeuropa, che generalmente vanno in scena all'inizio della primavera e dove le temperature sono tutt'altro che miti. Altro che 11 gradi. La lunghezza del percorso, inizialmente (ma non è mai stato un mistero) di oltre 250 chilometri, forse la stanchezza patita nella tappa di ieri, con la scalata dello Stelvio e l'arrivo ai Laghi di Cancano (la vita del corridore è assai dura, ma negli ultimi anni i salari - anche se non tutti - sono lievitati fino a essere paragonati a quelli di molti calciatori), hanno convinto un gruppo di corridori a ricorrere al più classico degli ammutinamenti, che ha fatto infuriare il direttore di corsa, Mauro Vegni. Sono andate in scena una farsa partenza, per tenere fede agli impegni economici presi con l'Amministrazione comunale di Morbegno, e una passeggiata che si è conclusa dopo 11 chilometri; i corridori sono quindi saliti sui pullman delle rispettive squadre e si sono fatti portare fino al nuovo ritrovo di partenza, fissato ad Abbiategrasso, non a Vigevano, come previsto in un primo momento.

Una figuraccia in piena regola, della quale questo Giro d'Italia così travagliato, complicato e segnato dalla pandemia - anche se non troppo, per fortuna - avrebbe fatto volentieri a meno. La tappa andata in scena sul nuovo percorso è stata una passeggiata di 124 chilometri e solo l'arrivo ad Asti è stato confermato. "Chiudiamo questo Giro, poi qualcuno la pagherà", l'invettiva di Vegni, che ha sempre fatto della prudenza e del rispetto dei corridori le sue principali peculiarità, come del resto confermano certe decisioni adottate negli anni scorsi. Cosa avrebbero dovuto dire i corridori che scalarono il Gavia nel 1988, nella tremenda tappa vinta dall'olandese Erik Breukink e nel Giro dominato da Andrew Hampsten? Quel giorno la carovana transitò agli oltre 2.600 metri della montagna in mezzo alla tormenta e in molti chiusero in preda ai sintomi del congelamento. L'ammutinamento di Morbegno fa passare in secondo piano la vittoria per distacco del ceco Josef Cerny, che ha brindato ad Asti, beffando soprattutto il pistard belga Victor Campenaerts e facendo dimenticare per un giorno la lotta al vertice per la maglia rosa, rimasta incollata sulle spalle di Wilco Kelderman: l'olandese ha conservato il vantaggio di 12" sull'australiano Jai Hindley, secondo, e sull'inglese Tao Geoghegan Hart, terzo a soli 15". Domani si ricomincia, e si potrebbe anche finire, dal momento che si deciderà gran parte del Giro d'Italia: tripla ascesa a Sestiere, non Colle dell'Agnello e nemmeno Izoard, come previsto. I corridori, o comunque una parte di loro, così, saranno più contenti

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