Gli impianti dentali: una soluzione ad ogni età?

Il parere di Francesco Cairo, esperto SidP

Redazione ANSA

Nonostante il miglioramento della salute generale nelle persone anziane, la perdita di denti è ancora un problema piuttosto diffuso nella fascia di popolazione superiore a 65 anni. La diminuzione del numero di denti nella popolazione più anziana è causa di difficoltà nella masticazione, della scelta di alimenti sempre più morbidi e meno nutrienti e di una generale riduzione della qualità della vita. Tuttavia, la sostituzione dei denti con una protesi su impianti non è particolarmente diffusa nella popolazione più anziana. Le ragioni sono varie: timore dell’intervento per inserirli, costi troppo alti, paura di un fallimento.

Si ritiene comunemente che i processi di guarigione nel paziente anziano possano essere rallentati, in realtà questa convinzione non è reale anche se la presenza di malattie croniche o farmaci potrebbero costituire un piccolo rallentamento della guarigione. Le percentuali di successo degli impianti dentali, infatti, nei pazienti con più di 65 anni dopo 5 e 10 anni sono molto simili a quelle ritrovate nella popolazione generale (Srinivasan et al., 2017, Etöz et al. 2021). Anche sopra i 75 anni la sopravvivenza degli impianti resta del tutto simile (96% a 5 anni) alla popolazione più giovane (Bertl et al. 2019).

Più che l’età dunque, sono le condizioni generali che vanno attentamente considerate. Tra queste la presenza del diabete non compensato, deficit immunitari, l’assunzione di alcuni medicinali ma anche condizioni locali come la parodontite o l’impossibilità di mantenere una corretta igiene orale a causa della ridotta manualità.

Al contrario dell’età più avanzata, un’età molto giovane rappresenta una vera controindicazione all’inserimento degli impianti. Se è vero che più raramente i denti vengono persi in gioventù, alcune condizioni possono richiedere la sostituzione di denti nei piccoli pazienti. Nell’infanzia e nell’adolescenza sono più frequenti i traumi dentali e alcuni denti poi possono essere congenitamente mancanti. L’inserimento degli impianti, però, andrebbe posticipato alla fine della crescita scheletrica poiché, se inseriti troppo presto, potrebbero avere una posizione finale non idonea, visto che il paziente continua a crescere e gli impianti non possono essere spostati. Il risultato a distanza di tempo sarà scadente e non armonico rispetto al resto della dentatura, se non addirittura dannoso (Mankani et al 2014).

La fine della crescita non è facile da determinare. L’osso delle arcate dentarie continua a crescere anche oltre i 18 anni (Bernard 2004). Alcune criteri possono aiutare ad identificare la fine della crescita: una crescita in altezza inferiore a 0.5 cm per 2 anni, la valutazione radiografica del polso, la precisa corrispondenza tra radiografie del cranio ad oltre 6 mesi di distanza.

L’inserimento precoce può essere considerato solo per gravi patologie in cui molti o tutti i denti sono mancanti congenitamente e, seppur consapevoli delle possibili complicanze, la scelta di impianti può essere un compromesso accettabile in considerazione dei bisogni speciali di questi piccoli pazienti (Heuberer et al. 2015).

In conclusione, gli impianti dentali non sono una soluzione a qualsiasi età ma sarà l’odontoiatra con una serie di valutazioni cliniche e radiologiche a poter indicare il momento giusto per il loro eventuale inserimento

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