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Alice Diop, racconto l'invisibilità dei neri in Francia

Esce Saint Omer, su una donna accusata di aver ucciso la figlia

Una storia vera che ha sconvolto la Francia e che diventa film in Saint Omer dell'esordiente Alice Diop. Il tutto basato sul fatto di cronaca di una senegalese, Laurence Coly (Guslagie Malanga), accusata di aver ucciso la figlia di quindici mesi abbandonandola su una spiaggia del nord della Francia. Ma il film, già in concorso al Festival di Venezia - dove ha vinto il Leone d'Argento e quello del Futuro - e in corsa per la Francia agli Oscar 2023, racconta anche di una romanziera di trent'anni, Rama (Kayije Kagame), che vuole usare il processo in corso al Saint-Omer Criminal Court, come spunto per il suo romanzo. Una sorta di alter ego di Alice Diop che non a caso si è ritrovata tra il numeroso pubblico del processo affascinata come tanti da questa assassina fredda, distaccata e a volte poetica.
    "Sono passata dai documentari a questo film - spiega oggi la regista a Roma - perché permette a un pubblico molto più numeroso di accedere a questioni politiche. Ho cominciato coi documentari perché mi mancava la rappresentazione di alcune cose, dei corpi neri in azione, tutta quella parte della società francese che non viene mai rappresentata e che volevo invece raccontare. Fare l'esperienza di essere neri in un paese come la Francia è come fare l'esperienza dell'invisibilità".
    E ancora sul suo rapporto con la Francia: "Il modo in cui vengono percepiti questo film e me stessa è molto diverso in Francia rispetto al resto del mondo, in particolare negli Stati Uniti. Forse perché rappresento una cosa nuova nel panorama cinematografico francese. Ma la cosa bizzarra è che in Francia chi ha contestato il mio film lo ha fatto non rispetto ai suoi contenuti, ma perché citavo Pasolini e Margherite Duras. Hanno detto che sono arrogante e presuntuosa. Negli Stati Uniti è diverso perché trent'anni fa hanno avuto come premio Nobel una donna nera, Toni Morrison. Per loro non è una cosa strana affrontare certi temi".
    Cosa ha pensato ci fosse dietro a queste critiche? "Secondo me è un razzismo inconsapevole, un razzismo rivolto a una donna nera colta che si permette di citare Wittengstein". "Assistere al processo - spiega ancora la regista a Roma - è stata una cosa affascinante, carica di emozioni. La maggior parte di chi assisteva erano donne e molte di colore, proprio come l'accusata, perché c'era in questa storia qualcosa di universale, qualcosa che si legava alle donne e alla maternità in genere".
    A metà processo, spiega ancora la regista di questo film che uscirà in Italia con Medusa l'8 dicembre: "È successo qualcosa di molto strano perché la matricida ha cominciato a descrivere il suo omicidio nei minimi dettagli. Ovvero come, prima di uccidere, avesse nutrito la bambina, fatta riposare e cullata.
    Un racconto, il suo, molto letterario, nei minimi dettagli, talmente minuzioso da risultare lirico. A un certo punto mi si sono chiesta - dice la Diop - cosa mi ricordava questa cosa e ho capito che era la MEDEA di Pasolini, quasi stesse citando volutamente il film. E pensare che proprio Pier Paolo Pasolini è sempre stato un mio riferimento cinematografico". 

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