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L' ''Ulisse'' di James Joyce compie 100 anni

ha segnato storia della letteratura e cultura contemporanea

Sono varie le cose curiose relative alla prima edizione dell' ''Ulisse'' di Joyce, che uscì intanto a puntate su ''The Little Review'' tra il marzo del 1918 e dicembre 1920, ma la sua pubblicazione ufficiale e finale in volume, che si celebra il 31 gennaio, viene datata giusto cento anni fa, 2 febbraio 1922, giorno in cui fu messa in vendita e quarantesimo compleanno dell'autore, anche se porta in frontespizio la data di stampa 1921 eseguita dalla tipografia Darantiere per la libreria americana di Parigi ''Shakespeare and Company'' della libraia Sylvia Beach, che aveva cinque anni meno di Joyce, essendo nata a Baltimora nel 1887.
    Darantire, che non sapeva tra l'altro l'inglese, pare che creò mitici errori e la leggenda parla di parole o intere frasi nei blocchetti di piombo che cadevano e venivano reinseriti come si riusciva. Del resto Joyce sosteneva che ''un uomo di genio non commette errori. I suoi errori sono intenzionali e sono i portali della scoperta'', favoriti anche dalla difficile comprensione, l'oscurità di quanto aveva scritto, tanto che certe volte, divertito, accoglieva e conservava gli errori dei tipografi, pur essendo abitualmente maniacale nelle correzioni di manoscritti e bozze. Del resto il suo era un libro tutt'altro che facile, anche se avvicinabile con un po' d'impegno da qualsiasi lettore disposto a farsene affascinare. Joyce, che lo chiamava ''maledettissimo romanzaccione'', lo aveva iniziato a scrivere a Trieste e poi concluso a Zurigo, e non molti si accorsero subito di cosa si trattava e delle sue qualità (Eliot e Pound furono tra i primissimi), che ne avrebbero fatto quello che molti considerano il romanzo più significativo del Novecento. In America venne pubblicato solo nel 1934, dopo essere stato processato e assolto dall'accusa di pornografia, grazie a Pound che aveva provato a farne uscire parti su riviste americane, che la censura faceva chiudere ogni volta per l'erotismo che contenevano e l'uso di parole volgari. Cinque anni dopo, il 18 maggio 1939, uscì col marchio di Faber&Faber l'altro grande e più inquietante libro di Joyce, ''Finnegans wake''.
    La Beach, nelle sue memorie legate alla sua libreria, dove passarono in tanti, da Ezra Pound a Andre Gide, Valery Lerbaud, Ernest Hemingway, Gertrude Stein, Paul Valery, Anais Nin solo per fare alcuni nomi, ricorda che l'aver pubblicato ''Ulisse'', in mille copie invece delle dodici che le aveva chiesto Joyce, aveva creato attorno a lei con le sue disavventure censorie una qualche idea di trasgressione e andarono a trovarla molti altri autori con proposte di nuove pubblicazioni in quel senso, da ''L'amente di lady Chatterly'' di Lawrence al ''Tropico del cancro'' di Miller, che lei fu costretta a rifiutare essendo priva di reali risorse finanziarie.
    ''Ulisse'' è la storia minuziosa di una sola giornata dell'ebreo irlandese Leopold Bloom e di Stephen Dedalus, del loro girovagare e dei loro incontri il 16 giugno 1904 (giorno che in Irlanda oramai si festeggia annualmente chiamandolo Bloomsday), narrati sull'eco del mitico viaggio dell'eroe dell'Odissea cui Joyce si riferisce ''per dare un senso e una forma all'immensa futilità e anarchia della storia contemporanea'', come ha scritto Eliot, e per descrivere il perdersi nell'esistenza quotidiana dell'uomo d'oggi.
    Il libro esce nel clima generale di quegli anni improntato alla crisi dei valori e alla scoperta di nuove dimensioni umane e della ricerca: Freud e Jung avevano iniziato a pubblicare i propri testi una decina di anni prima e del 1915 è la teoria della relatività di Einstein, Schoenberg dava vita alla sua musica prima atonale e poi dodecafonica e Picasso creava la pittura cubista con Les demoiselles d'Avignon suscitando non meno scandalo di quanto farà poi Joyce col suo antinaturalistico narrare. Con uno stile che varia su tutti i registri, dal parodistico al dottrinale, lo scrittore insegue le divagazioni del pensiero, lascia emergere un flusso anche disordinato di parole creando il cosiddetto ''flusso di coscienza'' o ''monologo interiore'', continuo succedersi di pensieri e immagini che passano per la testa di Bloom e di Dedalus in un disordine liberatorio, in cui la percezione del dentro e del fuori finisce per non avere più distinzione. La loro giornata è qualsiasi e ordinaria e proprio in questo è la sua forza esemplare, la capacità di scavare nel quotidiano di una persona comune per indagare il senso dell'esistenza umana, come fa ogni grande artista, ogni grande scrittore. (ANSA).
   

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