Libri

I tanti volti dell’Africa raccontati dai romanzi

Da La ladra di parole di Abi Daré ad Abdulrazak Gurnah

Nella narrativa degli ultimi anni si è fatta sempre più presente la voce degli scrittori di origine africana e dei romanzieri afrodiscendenti, anche grazie al successo di autrici e autori che hanno ottenuto grandi riconoscimenti a livello internazionale.
Si tratta di storie che spesso mescolano episodi ambientati nei diversi paesi di origine e racconti della vita in paesi al fuori dal continente, e che offrono una prospettiva diversa sul rapporto coloniale tra le due realtà. Ne risultano storie uniche su esperienze di migrazioni, sulle difficoltà di adattamento, e su una vita divisa tra più paesi e culture.
Queste voci, per quanto molto diverse tra loro nello stile e nei temi che affrontano, sono state definite dalla scrittrice ganaense Taiye Selasi “afropolitan”; il termine nasce dalla commistione di african e cosmopolitan, e simboleggia l’esperienza pluriculturale che lega questo filone.
In questo percorso di lettura abbiamo raccolto alcune pubblicazioni più o meno recenti che ne fanno parte e che aprono uno scorcio realistico sulla contemporaneità e sulla storia dei diversissimi paesi africani di provenienza dei propri autori o delle loro famiglie.
La ladra di parole (Nord, traduzione di Elisa Banfi) è il romanzo d’esordio di Abi Daré, scrittrice inglese di origine nigeriana. Il romanzo, molto apprezzato anche in Italia, racconta la storia di Adunni, una quattordicenne che abita a Ikati, in Nigeria, e che desidera più di ogni altra cosa avere la possibilità di studiare. Questo sogno glielo ha trasmesso sua madre, di cui è da poco rimasta orfana; le speranze di Adunni vengono però distrutte quando la sua famiglia la promette in sposa Morufo, un uomo più anziano di lei che ha già altre due mogli. Il percorso di crescita riserva ad Adunni altre amare sorprese, ma con grande ostinazione lei continua a lottare affinché tramite l'istruzione la sua voce diventi abbastanza potente da poter liberare se stessa e altri bambine e bambini destinati alle forme contemporanee di schiavitù.
La scelta di Abdulrazak Gurnah come vincitore del Premio Nobel 2021 ha portato a un rinnovato interesse verso la sua produzione letteraria. Una delle opere più celebri di Gurnah, romanziere britannico originario dell’isola di Zanzibar (Tanzania) e docente di letteratura, è Sulla riva del mare (La Nave di Teseo, traduzione di Alberto Cristofori), un romanzo in cui si intrecciano le vite di due uomini che sognano di cambiare vita. A Saleh Omar, un mercante di Zanzibar che cerca rifugio in Inghilterra, per una incredibile casualità viene assegnato come interprete Latif Mahmud, il figlio di quello che in patria era il suo acerrimo nemico. In questa nuova terra Saleh e Latif si trovano così a condividere lo status da rifugiati oltre che ricordi dolorosi e la malinconia per la terra che si sono lasciati alle spalle.
I draghi, il gigante e le donne (e/o, traduzione di Tiziana lo Porto - qui il nostro approfondimento), elencato tra i 10 migliori libri di nonfiction del 2020 secondo il Time Magazine, è il memoir della scrittrice americana e liberiana Wayétu Moore. Si tratta di un’opera stratificata, in cui a raccontare sono sia le voci di Moore che quella di sua madre, entrambe fuggite dalla Liberia con la famiglia quando Moore era ancora una bambina. Alla guerra, vissuta dalla piccola Moore tramite le parole volutamente edulcorate del padre, si succede la difficoltà del diventare adulta in un paese in cui il razzismo si manifesta sia con scossoni trumatici sia con subdole insinuazioni. Tra i moltissimi temi trattati nel romanzo troviamo anche la non permanenza della migrazione, un fenomeno che si immagina come definitivo ma a cui a volte con il passare degli anni segue un sofferto o agognato ritorno.
Torniamo in Nigeria con il thriller Il cercatore di tenebre (Longanesi, traduzione di Andrea Carlo Cappi - qui il nostro approfondimento), di Femi Kayode. Protagonista è Philip Taiwo, uno psicologo forense di origini nigeriane. Taiwo dopo aver vissuto diverso tempo negli Stati Uniti torna non del tutto volontariamente al suo paese d’origine, dove si trova a indagare su un crimine feroce e violento. Tre studenti universitari un anno prima sono stati linciati dalla folla e la loro tortura è stata filmata e postata sui social media. Il padre di uno di loro desidera conoscere la verità che ha portato a quell’orrore e per questo decide di assumere Taiwo, che però continua a trovare di fronte a sé strade sbarrate, appigli negati, indizi fumosi, piste che terminano nel nulla. Tutti sembrano voler evitare che la verità venga a galla, e Taiwo si trova a fare i conti con il ritorno a una realtà che pensava di aver dimenticato.
Facciamo un viaggio indietro nel tempo con Le stazioni della luna (66thand2nd) della scrittrice italiana afrodiscendente Ubah Cristina Ali Farah. Nella Somalia degli anni ‘30 Ebla, orfana di madre, si trova costretta a fuggire verso Mogadiscio per evitare un matrimonio combinato. Qui diventa madre di latte di Clara, una bambina nata da genitori italiani, e tra le due si crea un forte legame. Il destino però riserva un trasferimento anche per Clara: con l’insorgere della Seconda Guerra Mondiale la sua famiglia infatti è costretta a lasciare tutto e a dirigersi verso l’Italia. Clara crescendo non riesce però a dimenticare Ebla e il paese in cui è cresciuta, e una volta adulta decide di fare ritorno a Mogadiscio; nel rapporto ambivalente tra la protagonista e il suo paese emergono così anche frammenti del problematico rapporto coloniale tra Italia e Somalia.
La danza del bifolco (nottetempo, traduzione di Camilla Diez) è il secondo romanzo di Fiston Mwanza Mujila, scrittore originario della repubblica Democratica del Congo, che con il suo esordio Tram 83 è stato tra i finalisti del Man International Booker Prize. Nel suo secondo lavoro Mujila racconta un momento delicato della storia del suo paese d’origine: ci troviamo tra gli anni ‘80 e ‘90, quando il paese si chiamava ancora Zaire e attraversava continui tumulti politici. È in questa situazione che crescono tre giovani ragazzi, affrontando drammi come povertà e guerra civile. Le vie dei personaggi si muovono in modo frenetico su se stesse come nella danza del bifolco, quella che viene ballata in un locale della cittadina di Lubumbashi, e che meglio delle parole con il suo ritmo sa descriverel’irregolarità delle loro vite.
Khadija Abdalla Bajaber, autrice e poetessa proveniente da Mombasa, in Kenya, nel romanzo d’esordio Dimora di ruggine (66thand2nd, traduzione di Alessandra Castellazzi) racconta la storia dai toni fiabeschi di Aisha, che in seguito alla scomparsa del padre decide di andare alla sua ricerca, salpando su un’imbarcazione fatta di ossa. Il suo compagno di viaggio è Hamza, un gatto proveniente da una fantomatica dimora di ruggine, un luogo che nessuno è mai riuscito ad avvistare. Hamza l’aiuterà a superare le sfide e gli spaventosi mostri marini che la ostacolano dal ritrovare suo padre, ma una volta compiuta l'incredibile missione per Aisha non terminano le prove di coraggio. Al suo ritorno la nonna infatti vorrebbe che lei si sposasse, ma Aisha preferisce partire all'insegna di una nuova avventura: sarà lei la prima a trovare la dimora di ruggine.

RIPRODUZIONE RISERVATA © Copyright ANSA

Video ANSA




Modifica consenso Cookie