Cultura

Apples, la pandemia che attacca la memoria

Dalla Grecia il film di Christos Nikou, sorprendente opera prima

Un virus che non attacca i polmoni, ma la memoria, è il vero protagonista di Apples, film che ci porta in una pandemia mentale in cui non si muore fisicamente, ma come soggetto, come identità. In esclusiva su MioCinema questo debutto alla regia del regista Christos Nikou, già assistente di Yorgos Lanthimos (The Lobster), ci introduce a un mondo distopico dove può capitare, come accade appunto al protagonista Aris (Aris Servetalis), di prendere un autobus e al capolinea accorgersi di non avere più memoria di nulla. Un incubo spaventoso, ma abbastanza comune almeno nella città che sembra vuota e grigia come deve essere quasi di default in questo tipo di opere. Ma ciò che meraviglia, facendo un facile parallelo con l'attuale pandemia, è la reattività delle cure anche se con alcuni risvolti oscuri. Subito Aris viene infatti portato in un attrezzato centro di identificazione e cura nel quale viene prima schedato, con foto e numero identificativo, e poi costretto ad affrontare tutta una serie di semplici test da cui esce del tutto sconfitto. Un esempio su tutti: unire un'immagine a una musica. Gli fanno sentire un jingle natalizio e Aris sceglie come immagine quella di un balletto classico. Ma per il cinquantenne di poche parole, e sempre alle prese con una mela da mangiare, si apre in questa efficiente società una cura alternativa: quella cosiddetta della 'nuova identità'. Ad Aris viene fornita una casa, una somma di denaro, e gli vengono prescritti quotidianamente dei compiti in modo da potersi creare dei nuovi ricordi e documentarli con una macchina fotografica (esattamente una Polaroid). Ora i compiti affidatigli sono a volte inquietanti, come quello di andare in un locale e cercare di fare sesso con il primo che capita, ma Aris non se ne cura ed esegue. A un certo punto sembra che l'uomo stia per tornare a una vita normale, specie dopo aver incontrato Anna (Sofia Georgovasili) una senza memoria come lui, a sua volta inserita in un programma di recupero, ma la verità per Aris sarà un'altra. "L'ultimo giorno prima del lockdown in Grecia abbiamo finito il film - dice il regista di Apples già presentato al Festival di Venezia in apertura di Orizzonti - . Ma è solo una coincidenza. Anche se con l'attuale pandemia molti si riconosceranno in alcuni stati d'animo: solitudine, isolamento, senso di perdita e un po' di incertezza sul futuro. Nel film si parla anche di ricominciare. E speriamo davvero che tutto ricominci, anche nelle nostre vite". E ancora Nikou, trentasettenne ateniese: "Ho avuto l'idea del film otto anni fa, quando ho dovuto affrontare la morte di mio padre. Lui mangiava dalle sette alle dieci mele al giorno e aveva una memoria di ferro. Così - continua - ho cercato di tradurre la mia storia privata in qualcosa di universale. Perché le persone dimenticano così facilmente? Quanto è selettiva la nostra memoria? Se cancellassimo qualcosa che ci ha fatto male, perderemmo tutta la nostra esistenza? Alla fine noi siamo quello che ricordiamo? Tutte queste domande mi ronzavano in testa, ed è così che abbiamo iniziato a scrivere la sceneggiatura". Riguardo al titolo, Apples, dice Nikou: "È una distopia, ma il film è tutt'altro che futuristico. È vintage, girato in formato 4:3, ci sono polaroid, audio casette, una specie di ode a tutto quello che è analogico. Non credo che i film distopici debbano essere per forza futuristici, freddi, distanti: è una cosa che non ho mai capito. Abbiamo voluto fare un film interamente analogico, perché credo che l'uso eccessivo della tecnologia ci abbia resi più pigri. Non c'è bisogno di ricordare più nulla, puoi registrare tutto sui device. E spesso computer, tablet, telefoni sono marchiati Apple, che se vuoi è un'altra lettura ironica del titolo". (ANSA).
   

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